Falanghina

Il vitigno

La Falanghina è un vitigno a bacca bianca molto diffuso in Campania ma di cui non si hanno notizie certe sulle origini, con le prime testimonianze scritte che sono datate solo al 1804, quando fu riconosciuto come vitigno dopo essere stato scambiato in passato con altri vitigni, grazie a Columella Onorati che lo descrisse per primo come Falanghina, un vitigno sconosciuto ai piu ma molto diffuso nella Campania borbonica. Poi fu la volta di Acerbi nel suo famoso trattato del 1825 e di Federico Corrado Denhart in un libro del 1829 che ne delineo le caratteristiche ampelografiche con notevole precisione, studiandolo per il Real Orto Botanico di Napoli. E ancora Vincenzo Semmola, uno storico ampelografico della metà dell'ottocento che narrava il fascino della Falanghina, il vitigno che prendeva il nome dal termine greco falangos e da quello latino di phalange, dal significato di “legata al palo” per i sostegni a cui venivano legate le uve nelle campagne del Monte Somma, di Posillipo, Camaldoli e dei Campi Flegrei.

Anche il Cavaliere Giuseppe Frojo nel 1879 si interessò alla Falanghina, descrivendone tutto il processo di vinificazione a cui si sono riferiti una qualche anno fa i Mustilli di Sant’Agata de' Goti, promotori di un'interessante ricerca ed evento culturale e storico in collaborazione con la Facoltà di Agraria dell’università Federico II di Napoli nella persona della dottoressa Antonella Monaco, a cui l'azienda si è affidata l'azienda che più si è battuta per la riscoperta di questo vitigno dal 1970. il vitigno aveva conosciuto infatti una brusca battuta d'arresto fin dall'Unità d'Italia, dopo essere stato coltivato a Procida, nei Campi Flegrei e nel Sannio, probabilmente fin dal tempo antico della Roma repubblicana. Queste sono le zone preferite dalla Falanghina, conosciuta anche con i sinonimi di Fallanghina, Uva Falerna, Biancuzita, Falerno Veronese, Falanghina Verace.

Il vitigno si presenta con grappoli di medie dimensioni, lunghi e compatti a forma cilindrica e alati su un lato. I chicchi hanno dimensioni medie, a forma sferica con concentrazioni medie di pruina sulle bucce spesse con colori grigi a riflessi gialli. Il vitigno è abbastanza vigoroso, con rese nella media, costanti, e vendemmie che iniziano a partire dalla terza settimana di settembre. Il vitigno è estremamente adattabile alle varie condizioni di terreno e clima, con una alta selezione clonali, di cui il Semmola contava 120 diversi tipi. Sicuramente uno studio rivisto poi in seguito nel novecento con tecniche botaniche moderne. La rinascita della Falanghina si deve anche alla passione dei produttori e alle sperimentazioni dei viticoltori che aggiornando i sistemi d'allevamento hanno abbassato le rese migliorandone la qualità. Dopo l'Unità d'Italia infatti, non ci furono sviluppi delle uve locali, e la Falanghina, grazie alle sue alte rese, venne sfruttata come uva da distillazione, con produzione molto bassa di vini leggeri di poca importanza. A partire dagli anni 70 del novecento, i sistemi si allevamento hanno abbandonato il putoleano, il sistema con le viti legate al palo che diedero il nome alla Falanghina, per sfruttare le vecchie caratteristiche del vitigno aromatico e di buona qualità. Oggi vengono usate potature drastiche e corte, in modo da avere solo 8 gemme, per pianta, sfruttando il Guyot basso, che riduce le rese e arricchisce i chicchi di aromi e zuccheri. La Falanghina sta diventando così uno dei vini bianchi italiani più conosciuti al mondo grazie a queste produzioni di estrema qualità. In passato invece si utilizzavano allevamenti che lasciavano 15 gemme per ogni pianta, con produzioni si abbondanti ma chicchi troppo “annacquati” e di scarsa rilevanza organolettica.

Dei vari territori l'Isola di Procida sembra essere il migliore per le qualità della Falanghina, di cui oggi si classificano i due cloni principali, invece dei 120 pensati nell'ottocento, uno beneventano e l'altro denominato Flegreo. Entrambi forniscono un buon apporto acido e di zuccheri al vino, oltre che ai molti elementi aromatici.

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I vini

La Falanghina è tornata al ruolo di primo piano che aveva in passato durante l'epoca borbonica con vini molto aromatici e profondi, delicati nei profumi e di grande carattere identitario.

Gli aromi caratteristici sono esotici con banana e ananas in primo piano e successivamente fruttati di bianco, grazie alla mela golden e alla pesca bianca. La gamma olfattiva viene quindi poggiata su sentori floreali toccati da agrumi e aromatizzati da miele e pizzicate erbacee di erba fresca. La Falanghina possiede anche una discreta acidità naturale e può essere affinata prendendo anche aromi di mentolo e note passite o secche di frutta, come le albicocche. Non mancano anche evoluzioni verso l'anice e nei terreni di origine vulcanica anche sfumature classiche alla selce. Gli affinamenti possono essere anche lunghi, da eseguire in acciaio per non permeare di rovere le aromaticità del vino. Oltre ad essere vinificata in purezza in varie denominazioni di origine, la Falanghina è l'uvaggio base per il Galluccio e il Falerno del Massico, prima denominazione riconosciuta per il vitigno nel 1989. viene utilizzata per i taglia anche nelle altre denominazioni della regione come il Costa d'Amalfi e il Campi Flegrei, ma anche nel Penisola Sorrentina e nel Capri.

In un testo del Carusi del 1879 si parla di una falanchina o Montecalvo che lasciano comunque il mistero sulla scielta del luogo di questa descrizione, che potrebbe riguardare Montecalvo in prossimità di Ariano Irpino o di Gioia del Colle in provincia di Bari. Ma non si hanno tracce di un vino dalla Falanghina in questa zona e quindi il riferimento dovrebbe essere alla Falanghina del Beneventano utilizzata anche nelle denominazioni di origine del Sant'Agata dei Goti, del Guardiolo, del Solopaca, del Sannio e del Taburno, dove i disciplinari ne autorizzano l'uso in uvaggio. Il prof. Luigi Moio dell'Università Federico II di Napoli ha svolto un ruolo fondamentale nella rinascita della Falanghina con delle ricerche corredate da varie sperimentazioni durate ben sette anni, utili a migliorare i vari aspetti organolettici a seconda della zona peculiare di coltivazione, rendendo ancora più identitario il vino alla degustazione in legame stretto con il suo terroir. In alcune delle zone migliori, con produttori di alta qualità, la Falanghina riesce a fornire un'ulteriore gamma olfattiva incentrata su aromi nobili di peperoni verdi, gli stessi riscontrati nei grandi Sauvignon e Cabernet, con tocchi di menta e finocchio, spesso addolciti da un finale alla mandorla. In territori con ricca presenza di minerali questi elementi olfatto-gustativi vengono accentuati, per la presenza di tannini e flavoni, nonché metossipirazine, più marcati nelle bucce, trasmessi soprattutto dai suoli vulcanici di cui la Campania è molto ricca. Comunque la Falanghina non ha ancora raggiunto quegli standard di grandissima qualità proposti dal Greco o dal Fiano, ma si pone appena un gradino sotto, con la possibilità di uno splendido futuro.


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Falanghina: I migliori produttori

Vigneti di Falanghina in campaniaLa migliore Falanghina in purezza è con molta probabilità quella di Mustilli, vinificata sotto la denominazione Sant'Agata dei Goti Falanghina Vigna Segreta, di un bel colore dorato e frutti esotici ben presenti al naso. la gamma olfattiva si completa con i profumi della mandorla, del miele e della frutta secca finiti dalla cioccolata bianca. Il corpo è solido, compatto ma morbido, con un bel finale persistente da abbinare alle fettuccine al tartufo. Meno strutturata la Falanghina generica, più incentrata sui delicati aromi della mela e dei fiori di campo, ma di discreta sapidità e persistenza ideale per i totani.

Telario vinifica una Vendemmia Tardiva Falanghina in IGT con un taglio del 10 per cento di Sauvignon, per avere un vino paglierino venato di verde e oro. Intense le percezioni al naso, con susina, pesca bianca e foglie di pomodoro che si avvalgono di un'acuta mineralità. Una discreta sapidità equilibra il palato morbido che esige la pasta con alici e pecorino. In purezza Telario vinifica il Galluccio Ripa Bianca, con bei sentori di albicocche e nespole poggiati su fondi minerali e rocciosi. Ancora una bella sapidità al palato persistente che ne fanno un ottimo vino per gli spaghetti allo scoglio.

In IGT Vadiapetri vinifica il vitigno in purezza per ottenere un vino leggero, dai delicati aromi di fiori di mandorlo e mele, sempre con un palato sapido che richiama gli spaghetti alle vongole, grazie anche alla lunga persistenza dei sapori.

Da provare l'IGT Quartodiluna di Grotta del Sole tagliato con il 30 per cento di Caprettone, raro vitigno in un vino dorato e pieno di frutta tropicale, burro fuso, miele e vaniglia. Un gran vino dal palato grasso, elegante, con una bella vena fresca sempre accompagnata dalla giusta sapidità per un vino ben dotato di alcol e con un tocco di glicerina da assaporare con un risotto ai funghi porcini e zafferano.

Meno deciso il Galluccio Bianco in purezza di Fattoria Prattico, un vino amabile con sentori di fiori bianchi e agrumi, delicato ma con un finale alle erbe aromatiche rinvigorente. Ancora delicato al palato, va assaggiato con dei molluschi.

In assemblaggio invece la Falanghina viene mescolata al 25 per cento di Fiano e al 25 di Greco per l'ottimo IGT Sogno di Rivolta, un bel vino color oro intenso e una profondità e potenza di naso invidiabile, che parte dalla frutta tropicale per poi soffermarsi al miele e allo zafferano. Palato caldo, con un bel corpo sapido ed equilibrato, dopo aver passato sei mesi in legno. Ottimo con le carni bianche, va provato con delle scaloppine di vitello al burro, evitando quelle al limone.

Si consiglia di provare anche il Sannio Falanghina di Corte Normanna con un buon risotto agli scampi, ideale per l'abbinamento con un vino dalla gamma olfattiva di fiori d'acacia, sfumature accennate di mela e fondi di erba tagliata. Palato fresco e molto sapido, che ben incide sul risotto grazie anche ad una buona alcolicità.



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