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Franciacorta Rosé: come si produce e con cosa abbinarlo a Natale

Aggiornato il 04 novembre 20264 capitoli
Cos'è il Franciacorta Rosé e quali uve prevede il disciplinare

Cos'è il Franciacorta Rosé e quali uve prevede il disciplinare

Il Franciacorta Rosé è una delle tipologie previste dal disciplinare della denominazione, una DOCG che comprende un gruppo di comuni della provincia di Brescia stretti tra il lago d'Iseo e il Monte Orfano, su terreni di origine morenica ben drenati. Non è un vino rosso allungato con un bianco e nemmeno un prodotto di moda: è uno spumante a rifermentazione in bottiglia che prende il colore dalle bucce dell'uva, con regole precise su uve e tempi. Il vitigno che dà identità a questa versione è il Pinot Nero, che per disciplinare deve rappresentare almeno il 35% della base. Accanto possono entrare Chardonnay fino al 65%, Pinot Bianco fino al 50% e una piccola quota di Erbamat, vitigno autoctono bresciano, fino al 10%. Da questa combinazione dipendono il colore, che va dal rosa tenue al corallo, e il profilo aromatico, in cui ritrovi piccoli frutti rossi, scorza d'agrume e, con l'affinamento, una nota di crosta di pane. Sapere quali uve ci sono dentro ti aiuta a capire perché un Rosé con molto Pinot Nero risulta più strutturato di un Franciacorta classico.

Come si produce: dalla macerazione breve alla sosta sui lieviti

La produzione comincia in vigna con la vendemmia a mano in cassetta, così che i grappoli arrivino integri in cantina e si possano scartare quelli danneggiati. Per ottenere il colore, una parte del Pinot Nero viene vinificata in rosato: le uve restano a contatto con le bucce per un tempo breve, in genere tra le 24 e le 48 ore e spesso a freddo, poi vengono pressate con delicatezza. In quelle ore il mosto prende solo una parte di antociani e tannini, quanto basta per la tonalità rosata senza la ruvidità di un rosso. Alcune cantine uniscono invece in assemblaggio una piccola quota di Pinot Nero vinificato in rosso. Il vino base fermenta in acciaio e in primavera viene assemblato dall'enologo. Segue il tiraggio: il vino è imbottigliato con zuccheri e lieviti selezionati, perché la seconda fermentazione avvenga in bottiglia e produca l'anidride carbonica del perlage. Da qui parte la sosta sui lieviti, che per il Rosé il disciplinare fissa in almeno 24 mesi, più a lungo rispetto al Franciacorta non millesimato. Vengono poi il remuage, che porta i depositi verso il collo, la sboccatura e il dosaggio con la liqueur che definisce la tipologia finale. Un Rosé millesimato o riserva resta sui lieviti ancora di più e lo avverti nella complessità al naso.

Come sceglierlo e servirlo per le feste: dosaggio, annata e temperatura

Se scegli le bollicine per le feste, la prima cosa da guardare in etichetta è il dosaggio, cioè la quantità di zucchero aggiunta dopo la sboccatura. Un Franciacorta Rosé Dosaggio Zero o Extra Brut è secco e teso, adatto a chi vuole un aperitivo asciutto o deve accompagnare crudi di mare; il Brut, la versione più diffusa, ha una morbidezza appena accennata che lo rende più versatile a tavola; Extra Dry e Demi-sec hanno un residuo zuccherino maggiore e si riservano alla fine del pasto. Verifica anche la presenza dell'annata: un millesimato proviene da un'unica vendemmia e ha fatto un affinamento più lungo, quindi porta in tavola più struttura, mentre un non millesimato privilegia la freschezza. Per il servizio, conserva le bottiglie coricate al buio e portale a una temperatura di circa 6-8 gradi usando il secchiello con acqua e ghiaccio, non il freezer, che mortifica i profumi. Apri poco prima di versare e usa un calice di media ampiezza, non la coppa né la flûte stretta: il Rosé ha bisogno di spazio per esprimere la frutta rossa. Se il pranzo è lungo, lascia una seconda bottiglia in fresco, così arrivi al dolce senza servire un vino caldo e stanco.

Gli abbinamenti del pranzo di Natale: dagli antipasti al cappone

A Natale il Franciacorta Rosé dà il meglio quando il piatto ha una certa ricchezza e un po' di grasso che le bollicine e l'acidità puliscono. Parti dagli antipasti: salumi stagionati, un paté di fegatini, le tartine con il salmone o un cocktail di gamberi trovano nel Rosé Brut un accompagnamento che non copre e non si fa coprire. Con i crudi di mare e le ostriche scegli invece una versione a dosaggio più basso. Sui primi, il vino regge bene un risotto allo zafferano, i tortellini in brodo di cappone e una lasagna di pesce; con un ragù di carne rossa molto intenso rischia di sembrare leggero, perciò valuta un altro vino per quel piatto. È sui secondi della tradizione che la quota di Pinot Nero fa la differenza: cappone ripieno, faraona arrosto, bollito misto con le salse, arrosto di vitello con le castagne. La struttura del Rosé accompagna la carne bianca e le farce aromatiche senza stancare, e la freschezza alleggerisce il boccone. Per il panettone e il pandoro, un Brut risulta aspro accanto allo zucchero: se vuoi chiudere con la stessa bottiglia, passa a un Rosé Demi-sec, oppure tieni il Brut per il brindisi di mezzanotte, quando torna protagonista. Così ogni portata trova il suo abbinamento e il vino non resta confinato al brindisi.

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