Da dove arrivano DOP e IGP: le categorie europee del vino
Se sulle etichette delle bottiglie italiane trovi sia DOP e IGP sia DOC e IGT, non si tratta di una doppia certificazione né di un errore del produttore. Le prime due sigle sono le categorie con cui l'Unione Europea classifica i vini a denominazione dal 2008, quando la riforma del settore vitivinicolo ha portato il vino dentro lo stesso schema già usato per formaggi, salumi e olio. Oggi il riferimento è il regolamento europeo 1308/2013: la Denominazione di Origine Protetta identifica un vino le cui caratteristiche dipendono in modo essenziale dall'ambiente geografico, con uve provenienti esclusivamente dalla zona indicata e vinificazione svolta nella stessa area. L'Indicazione Geografica Protetta richiede invece un legame più leggero con il territorio e ammette che una quota minoritaria delle uve arrivi da fuori zona. Le sigle italiane che conosci da anni si incastrano in queste due categorie: DOC e DOCG rientrano entrambe nella DOP, mentre la IGT corrisponde alla IGP. La piramide non si è allargata, ha solo ricevuto due nomi europei che la rendono leggibile anche a chi compra una bottiglia italiana a Berlino o a Lisbona, dove nessuno ha familiarità con le nostre menzioni tradizionali.
Perché DOC, DOCG e IGT non sono sparite dalle bottiglie
A questo punto ti chiederai perché, se esistono le categorie europee, le cantine continuino a stampare DOC e IGT invece di passare semplicemente a DOP e IGP. La risposta sta nel Testo Unico del vino, la legge 238 del 2016, che riconosce DOCG, DOC e IGT come menzioni specifiche tradizionali: il produttore può usarle al posto delle sigle europee oppure insieme a esse, e la grande maggioranza sceglie di tenerle, perché sono quelle che il pubblico italiano riconosce da decenni. La DOC esiste dal 1963, la IGT dal 1992, e chi è abituato a cercare il Chianti Classico DOCG difficilmente lo identificherebbe con la stessa prontezza sotto una dicitura generica. C'è anche una ragione di sostanza. La categoria DOP europea mette insieme DOC e DOCG senza distinguerle, mentre il sistema italiano tiene separato il gradino più alto, riservato ai vini che hanno dimostrato nel tempo un valore particolare e che devono superare un esame chimico e organolettico prima della vendita, con la fascetta di Stato numerata sul collo. Mantenere la menzione tradizionale conserva un'informazione che la sigla europea da sola farebbe perdere, ed è per questo che un'etichetta italiana resta più ricca di quella di molti vini stranieri.
Come leggere un'etichetta in cui compaiono entrambe le sigle
Quando prendi in mano una bottiglia, parti dal nome della denominazione, che è l'informazione davvero distintiva: Barolo, Soave, Toscana e così via. Subito accanto o sotto trovi la menzione, scritta per esteso oppure in sigla: Denominazione di Origine Controllata e Garantita, Denominazione di Origine Controllata, Indicazione Geografica Tipica. Se il produttore ha deciso di aggiungere la dicitura europea, leggerai anche Denominazione di Origine Protetta o Indicazione Geografica Protetta e, in alcuni casi, il simbolo dell'Unione, il bollo circolare rosso e giallo per la DOP e blu e giallo per la IGP. Per il vino il simbolo è facoltativo, perciò la sua assenza non dice nulla sulla serietà della cantina. Verifica che le sigle siano coerenti tra loro: una DOCG o una DOC deve corrispondere a DOP, una IGT a IGP, mai il contrario. Se vedi una fascetta di Stato sul collo sei davanti a una DOCG, perché è l'unica categoria che la prevede in modo obbligatorio. Queste informazioni vanno lette insieme ad annata, gradazione e imbottigliatore, ma le menzioni di origine restano il punto da cui partire per capire quante regole ha rispettato il vino che stai per acquistare.
Cosa cambia per chi compra e cosa resta uguale
Sapere che DOP e IGP sono solo i nomi europei di DOC, DOCG e IGT ti evita l'errore più comune, cioè credere che un vino con la dicitura europea sia stato certificato due volte o abbia una qualità superiore rispetto a uno che riporta la sola sigla italiana. Il vino è lo stesso, il disciplinare è lo stesso, i controlli sono gli stessi. Cambia invece qualcosa tra le due famiglie: una DOP richiede che tutte le uve provengano dalla zona indicata, mentre una IGP si accontenta di almeno l'85 per cento e lascia al produttore più libertà sui vitigni, motivo per cui alcuni rossi toscani di grande prestigio sono nati come IGT per scelta e non per ripiego. Questa differenza ti dice quanto stretto è il legame con il territorio, non quanto sarà buono il bicchiere. Se cerchi un vino fedele allo stile storico di una zona, orientati verso DOC e DOCG, dove vitigni, rese e affinamento sono fissati dal disciplinare. Se ti incuriosisce un'interpretazione più personale, un vino a indicazione geografica può offrire sorprese a un prezzo spesso più contenuto. Un ultimo accorgimento riguarda l'olio: lì troverai solo DOP e IGP, perché le menzioni tradizionali esistono soltanto per il vino, e saperlo ti evita di cercare sulla bottiglia una DOC che lì non può esserci.





