Da Sclop a Schioppettino: le origini medievali e il nome
Lo Schioppettino è un vitigno a bacca nera che il Friuli coltiva da secoli, e le tracce documentali sono tra le più antiche fra i rossi della regione: un documento del 1282 ne attesta già la presenza sulle tavole dell'aristocrazia udinese. In friulano veniva chiamato Sclop, e da qui nasce il nome con cui lo conosci oggi. Sull'origine della parola circolano due spiegazioni, entrambe legate al carattere dell'uva: la prima rimanda allo scricchiolio dell'acino croccante sotto i denti, la seconda alla vivace acidità dei vini antichi, che ripartivano in bottiglia con la fermentazione malolattica e facevano saltare il tappo con un piccolo schiocco. Troverai lo stesso vitigno anche sotto il nome di Ribolla Nera, denominazione ancora usata da alcuni produttori in etichetta, mentre oltre confine, nel Brda sloveno, è registrato come Pokalca. Tienilo a mente quando leggi una carta dei vini o una retroetichetta: non si tratta di una parente della Ribolla Gialla, ma di una varietà a sé, con una storia che la lega alle colline orientali più che a qualsiasi altro angolo del Friuli.
Prepotto e i Colli Orientali: dove si coltiva e in quali denominazioni
Se vuoi capire lo Schioppettino devi partire da Prepotto, il comune delle colline orientali della provincia di Udine, lungo la valle dello Judrio al confine con la Slovenia, che da sempre ne è la zona di elezione insieme a frazioni vicine come Albana e Cialla. Qui il vitigno ha attraversato un lungo declino iniziato nell'Ottocento, aggravato dalla fillossera e dall'arrivo di varietà più produttive, fino a trovarsi negli anni Settanta vicino all'estinzione. A salvarlo è stato il lavoro paziente di pochi viticoltori locali, che hanno recuperato le vecchie viti e ricominciato a vinificarlo in purezza, al punto che dal 1992 è autorizzato nel disciplinare del Friuli Colli Orientali. Oggi lo trovi soprattutto nelle DOC Friuli Colli Orientali e Friuli, ma anche nella DOC Friuli Isonzo e nelle IGT Venezia Giulia e Trevenezie, mentre fuori regione la sua presenza resta marginale, con qualche vigna nel Brda sloveno. Se cerchi l'espressione più tipica, orientati sulle bottiglie che riportano la menzione Schioppettino di Prepotto o la sottozona Cialla: sono le aree in cui la riscoperta è partita e dove la varietà mostra con più chiarezza il suo carattere.
In vigna: grappolo compatto, buccia spessa e maturazione medio-tardiva
In vigna lo Schioppettino si riconosce per la foglia media, spesso pentalobata, e per un grappolo compatto di forma cilindrico-conica, con acini piccoli o medi, sferici e coperti da una buccia spessa e molto ricca di antociani, di un blu-nero intenso. Questa dotazione di colore e di sostanze fenoliche lo distingue dalla maggior parte dei rossi friulani e spiega perché i suoi vini non temano un'estrazione decisa. La vigoria è medio-alta e il vitigno si trova bene sui terreni marnoso-arenacei delle colline orientali, la ponca, dove le radici devono scendere in profondità e le rese restano naturalmente contenute. Il grappolo serrato ha però un punto debole: nelle annate umide è sensibile alla botrite, mentre verso l'oidio mostra una resistenza discreta. Per questo i viticoltori preferiscono le colline ventilate, dove l'escursione termica tra giorno e notte asciuga i grappoli e favorisce lo sviluppo degli aromi speziati. La maturazione è medio-tardiva e la vendemmia cade in genere tra fine settembre e inizio ottobre; se le rese vengono tenute basse, l'uva arriva in cantina con struttura, freschezza e aromaticità in equilibrio, che è la condizione per ottenere vini di livello.
Nel bicchiere: pepe nero, freschezza e gli abbinamenti giusti
Vinificato in purezza, lo Schioppettino dà un vino di colore rosso rubino intenso, con un'acidità ben presente e un tannino fine, mai aggressivo, che lo rende scorrevole già da giovane. Il naso è l'elemento più riconoscibile: pepe nero in evidenza, piccoli frutti rossi e neri, sottobosco e, con l'affinamento in legno, sfumature di spezie dolci. La gradazione si colloca di solito tra i 12,5 e i 14 gradi circa, a seconda dell'annata e dello stile della cantina, quindi non aspettarti un rosso pesante ma un vino di media struttura che punta sull'eleganza. A tavola accompagna bene le carni bianche e i secondi di carne rossa non troppo elaborati, i primi di terra come i risotti alle erbe o ai funghi, i salumi e i formaggi di media stagionatura, mentre le versioni più strutturate reggono la selvaggina da piuma. Servilo tra i 16 e i 18 gradi circa, in un calice ampio che lasci respirare le note speziate; se hai una bottiglia di sottozona o di una buona annata, puoi anche lasciarla in cantina per qualche anno, perché l'acidità del vitigno le consente di evolvere senza perdere nerbo.





