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Prosecco col fondo: cos'è e come si serve

Aggiornato il 04 ottobre 20264 capitoli
Cos'è il Prosecco col fondo e perché si chiama così

Cos'è il Prosecco col fondo e perché si chiama così

Il Prosecco col fondo è la versione più antica del Prosecco, quella che le famiglie contadine delle colline trevigiane producevano prima che arrivassero le autoclavi. Il nome descrive esattamente ciò che vedi sollevando la bottiglia: un deposito di lieviti adagiato sul fondo, che i francesi chiamano sur lie e che in Veneto è semplicemente il fondo. Quel sedimento non è un difetto, ma la traccia di una seconda fermentazione avvenuta direttamente in bottiglia e mai separata dal vino, perché a differenza del metodo classico non si effettua la sboccatura. Dal punto di vista della categoria si tratta di un vino frizzante e non di uno spumante: la pressione è più bassa, la bolla più fine e discreta, e la chiusura è spesso un tappo a corona, lo stesso delle bottiglie di birra. In etichetta la dicitura ufficiale è rifermentato in bottiglia, mentre col fondo resta l'espressione popolare che molti produttori affiancano al nome. Se cerchi questo stile sugli scaffali di un'enoteca, tieni d'occhio entrambe le diciture e aspettati un liquido velato, segno che hai in mano il prodotto giusto.

Come nasce in cantina: la rifermentazione in bottiglia

Per capire come si arriva a quel deposito conviene seguire il percorso del vino. Dopo la prima fermentazione autunnale, il vino base ottenuto dalle uve Glera riposa durante l'inverno e viene imbottigliato in primavera, di solito tra marzo e aprile, quando le temperature in salita risvegliano i lieviti. La rifermentazione avviene in modo spontaneo dentro ogni singola bottiglia, con gli zuccheri rimasti nel vino, o un po' di mosto conservato dalla vendemmia, che si trasformano in alcol e anidride carbonica. Le bottiglie restano al buio, a una temperatura compresa all'incirca tra 12 e 15 gradi, finché la fermentazione non si esaurisce e i lieviti, ormai esausti, si depositano. A questo punto il Prosecco col fondo è pronto: niente filtrazione, niente sboccatura, nessuno sciroppo di dosaggio per correggere la dolcezza. Questa essenzialità spiega la riscoperta recente dei rifermentati in bottiglia, apprezzati da chi cerca un vino poco lavorato, asciutto e con un residuo zuccherino nettamente inferiore rispetto al Prosecco extra dry che domina il mercato. Tieni conto che, allungando la permanenza sui lieviti, l'acidità si ammorbidisce e il profilo si fa più rotondo, quindi la stessa etichetta può cambiare volto da un'annata all'altra.

Come si serve: torbido o limpido, due scuole a confronto

Sul servizio del Prosecco col fondo si dividono da sempre due scuole, nessuna delle due sbagliata. La prima preferisce il vino limpido: tieni la bottiglia in piedi in frigorifero per almeno un giorno, così che il deposito si raccolga sul fondo, poi stappa con delicatezza e versa lentamente in una caraffa fermandoti quando il sedimento comincia ad avvicinarsi al collo. Otterrai un frizzante più pulito e luminoso, che conserva struttura e freschezza. La seconda scuola, cara ai produttori della zona, capovolge con calma la bottiglia una o due volte prima di aprirla per rimettere in sospensione i lieviti e versa tutto nel calice: il vino risulta velato, ma guadagna in profumi di crosta di pane e in pienezza al palato. Se un po' di lievito finisce nel bicchiere non preoccuparti: è innocuo e fa parte del carattere di questo vino. Qualunque strada tu scelga, servilo ben fresco come un normale frizzante, senza però ghiacciarlo, altrimenti i profumi del lievito si chiudono. Il tappo a corona richiede un apribottiglie e va tolto tenendo il collo leggermente inclinato, perché la pressione interna varia da bottiglia a bottiglia e a volte il vino tende a uscire. Per il bicchiere lascia da parte la flûte stretta e scegli un calice più ampio, che dà spazio alle note di lievito e di frutta.

Cosa aspettarsi nel calice e con quali piatti abbinarlo

Nel calice il Prosecco col fondo sorprende chi è abituato alla versione spumante. Il colore va dal paglierino velato al quasi opaco, la bolla è fine e poco insistente, e al naso compaiono mela, pane appena sfornato, lievito e una vena sapida che ricorda il sidro. In bocca è asciutto, con un'acidità viva e, in alcune interpretazioni, un finale lievemente amarognolo che pulisce il palato. Esistono anche etichette dal carattere più spinto, con note un po' selvatiche: se sei alle prime esperienze, chiedi all'enotecario una bottiglia dallo stile più classico e lascia le versioni più estreme a un secondo assaggio. Questo profilo lo rende un compagno naturale dell'aperitivo veneto, dai cicchetti ai salumi, dalle sarde in saor ai formaggi freschi, e si difende bene con fritture leggere e piatti freddi di pesce, dove la sapidità del vino incontra quella del cibo. Conservalo in piedi e al fresco e bevilo preferibilmente giovane, quando la freschezza è al massimo, anche se alcune bottiglie reggono bene qualche anno sui lieviti. Una volta aperto, finiscilo in giornata, perché la bolla delicata si perde in fretta.

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